#Spotlight San Francisco: Chinatown

Sono sincera: non amo molto la Cina nemmeno quando sta in Asia, ed è per questo che non mi appassionano tanto i giri turistici nelle varie Chinatown sparse nei due emisferi.

Comincio però ormai a consapevolizzare che queste realtà, non solo siano sempre più diffuse, ma sono diventate un tassello,una maglia fondamentale del tessuto di moltissime città, e di quelle del continente americano in primis.

Solo alla mia seconda visita a San Francisco ho deciso di addentrarmi nella sua “piccola Cina”, dopo essermi convinta che forse questa è l’origine di tutto, la pietra migliare di tutte le Chinatown del mondo, il grimaldello di tutti gli stanziamenti del Sol Levante fuori dall’Asia.. insomma ho cercato, come da sempre,un perchè. Forse proprio il perchè non l’ho trovato, ma ho scoperto cose interessanti.

Sicuramente la Chinatown di Frisco è la più grande degli Stati Uniti, ma posso dichiarare con certezza non quella delle Americhe. Quella di Vancouver è e rimane imbattibile, almeno per numero di abitanti.

Occupa, nella città californiana, ben 24 isolati ad altissima densità, e si incunea prepotentemente tra il Financial District e i suoi grattacieli, North Beach con i suoi ricchi italiani e le colline di Nob Hill. Il suo mestoso ingresso si trova alla fine della Grant Avenue, dove il Chinatown Gate ci apre le porte ad un viaggio spazio temporale.

Il portale è un arco rivolto a sud sormontato da un dragone e 4 ideogrammi che significano “vivere significa fare il bene comune”, donato alla città dalla Repubblica Popolare Cinese, per sottendere al forte legame tra la madre patria e le sue comunità sparse nel pianeta. Pare che duante gli anni’60,la Cina abbia foraggiato abbondantemente San Francisco perchè permettesse il diffondere dei suoi concittadini e soprattutto delle loro attività in terra americana, ma queste sono voci di corridoio! Sa va sans dire..

San Francisco per i cinesi in fuga dal regime, dalla povertà fu una scelta stretegica sia come distanza (raggiungibile anche via mare) sia come clima, comuque più mite sia di quello canadese che di quello dell’altra sponda statunitense. Rimane comuque il fatto che i cinesi, come del resto gli immigrati italiani,all’inizio non ebbero vita facile: gli americani non furono molto ospitali con loro,furono spesso vittime di aggressioni che addirittura nel 1882 furono “istituzionalizzate” Fu emanato il Chinese Exclusion Act, che proibiva la naturalizzazione e l’ingresso di tutti gli immigrati cinesi fatto salvo gli insegnanti, gli studenti e i commercianti, e vietava loro di fidanzarsi con ragazze americane o di portare le proprie mogli dalla Cina. Grazie a questa legge, Chinatown divenne,agli inzi del ‘900, un quartiere di bische clandestine e controllato dalla malavita.

Ma i cinesi, si sa sono laboriosi e purtroppo abituati alle leggi ingiuste, e tutto questo non ha fermato la loro ascesa in città.

Ad oggi è sicuramente quella di Frisco, la Chinatown più bella ed “ordinata” che abbia visto: lo spirito e la tradizione cinese, dai negozi alle facciate dei palazzi alle lanterne, si sono diffusi come una macchia d’olio che ha abbracciato questi 24 isolati fino a farli diventare un’isola, una vera città-nella-città.

I palazzi sono tappezzati di scritte enormi e luci, lanterne, ideogrammi e chincaglierie di ogni genere, ma sono belli. Belli nel senso che potrebbero stare in Cina e non sembrare finti americani! Insomma qui il melting pot è davvero riuscito. Quella di NYC per esempio, non mi ha così entusiasmato, perchè forse troppo incastrata tra i lussi di Soho e Little Italy de’ noaltri.

Ci sono nei vicoli tantissimi murales bellissimi,uno dei più famosi dedicato agli immigrati cinesi e italiani del quartiere delle origini. E circa a metà della Grant, dove inzia North Beach, c’è questo piccolo e breve vicolo intitolo a Jack Keruac. Il suo corso è lastricato da citazioni degli scrittori della Beat Generation e all’angolo si trova la City Light Bookstore, la famosissima libreria di Ferlinghetti, luogo di ritrovo di tutti gli scrittori di quell’epoca pazzesca!  Per me, che quelli scrittori sono la passione di sempre, è stata una sorpresa bellissima, malinconica ed inaspettata,tra venditori di ramen e maneki neko che salutano, e che fortuna questa volta me l’hanno portata!

 

 

#Spotlight Washington State: Olympic National Park

 

L’Olympic National Park, situato ad ovest di Seattle sulla costa più selvaggia e tagliente degli Stati Uniti, è una delle mete naturalistiche più importanti del pianeta. Fu creato addirittura da Franklin D. Roosvelt nel 1938, il parco vanta più di 300 km di foreste pluviali e fiumi selvaggi che ricordano la Terra di Mezzo di Tolkien.

Lake Crescent

Noi, avendo solo un giorno a disposizione da dedicargli, abbiamo circoscritto la zona da visitare nella parte nord del parco. La zona d’accesso più utilizzata è senza dubbio Port Angeles, cittadina attraversata dalla Hwy 101 per nulla interessante, se non per essere la città in cui visse e morì Raymond Carver, sepolto nel locale cimitero.
Il centro visitatori in cui potrete trovare le mappe del parco si trova in Race Street, e propri da qui parte la salita verso uno dei punti più incredibili del parco: l’Hurricane Ridge, la cresta degli uragani. Una lunga strada si inerpica per 17 miglia fino a 1615 m ma regala però una vista mozzafiato. Qui i cambiamenti climatici sono talmente repentini e violenti che pare sia uno dei posti favoriti dai “cercatori di tempeste”.

Ritornando sulla nostra 101 abbiamo raggiunto Lake Crescent, un vastissimo lago che è una meraviglia: l’acqua ghiacciata e blu riflette le nuvole che sulla vetta dei monti che lo circondano corrono veloci. E’ molto utilizzato dai pescatori e per le gite in barca o in canoa. Devo dire che nel parco in genere, e sulle sponde del lago in particolare, il clima non aiuta molto le attività acquatiche, ma deve essere bellissimo e da qui partono anche numerosi trails.

Abbiamo alloggiato proprio in riva al lago, in bungalow che sembravano la casetta delle favole! La scelta è stata azzeccata, perché il parco è talmente vasto, che dormire al di fuori avrebbe dilatato i tempi per gli spostamenti a dismisura. Occorre però prenotare molto tempo prima, tutti i parchi americani sono sold out da un anno con l’altro!

Log Cabin – Olympic Natl Park

Un’altra via da seguire limitandosi alla parte nord dell’Olympic è la Sol Duc River Valley, sul cui tragitto si trovano le Salmon Cascade, zona di risalita dei salmoni appunto, e che finisce al Sol Duc Hot Spring Resort, in cui anche i visitatori non ospiti del resort possono usufruire delle piscine termali per 12 $. La Sol Duc Valley infatti è ricca di sorgive di acque termali che hanno probabilmente il proliferare di alberi altissimi e prosperosi rispetto al resto del parco. Secondo una bellissima leggenda deli nativi americani, questo fenomeno geologico è il risultato della battaglia tra due pesci: quando nessuno dei due riuscì ad avere la meglio, entrambi si rifugiarono sotto terra a piangere, e le lor lacrime diedero vita alle attuali sorgenti.

Sol Duc River Valley

Nella parte sud, per chi ha più tempo, pare si trovi la foresta pluviale più bella di sempre, la Quinalt Rainforest, con alberi antichi quasi un millennio.
L’Olympic National Park è stata sicuramente una parte molto emozionante di questo viaggio, per la vastità, per i colori verde scuro, grigi ma anche illuminanti, le nuvole veloci e i cieli blu e l’aria frizzante, spesso ritrovati nello Stato di Washington.

Ora, capisco esattamente le storie, le vite di cui Carver voleva parlare nei suoi brevi racconti, concentrati sulla vita quotidiana in questi luoghi, un certo spaesamento, il bisogno di essere amati e protetti, forse anche dagli stessi boschi, la paura di perdersi, forse proprio tra questi sentieri, la paura della morte e la tensione del voler comunicare in un modo più sincero e reale.

Qui forse realizzi che la natura vince di nuovo…

OLYMPIC NATIONAL PARK

600 East Park Ave. Port Angeles WA

Negli ingressi con apposite chioschi 15 $ per veicolo e 5 $ a persona.

 

LOG CABIN

Seguire la strada per Lake Crescent ( circa 85 $ per una cabine con bagno in commune)

 

 

 

#La città che non ti aspetti : Vancouver 

Vancouver Harbour

Era parecchio tempo che volevo visitare una città del Canada, e il road trip di quest’anno nel lontano Pacific North West me ne offriva la possibilità su di un piatto d’argento. 
Il confine e Vancouver se ne stavano li a poco più di 200 km da Seattle, ed eccomi quindi!

Da anni Vancouver è sul podio delle città con la più alta qualità di vita, non nella top ten mi raccomando, ma tra le prime del mondo, ricordate questo dato. Sì, pensavo io, nonostante il clima freddo, la sua vicinanza all’Alaska e a poco più, ai suoi pochi abitanti…

Ora, dopo averla visitata in lungo e in largo, a piedi e in bicicletta, green come ogni canadese che si rispetti, e aver soggiornato in pieno Downtown, posso dichiarare apertamente che Vancouver non è la città che ti aspetti.

I. È una città Orientale. Camminando per le strade spesso cerchi i volti della gente, per vederne i tratti, cercare da uno sguardo di capire come vivono, cosa amano indossare, pensi a come potrebbero essere le loro case. Bene, a Vancouver 7 persone su 10 sono orientali! Tutti integratissimi,  moltissimi di seconda o di terza generazione. Avrei potuto essere ad Hong Kong o a Shangai e sarebbe stata la stessa cosa. Vancouver si contende con New York e con San Francisco la più grande comunità cinese al di fuori della Cina delle Americhe, e a mio parere vince in quantità ma perde in qualità. Le ho visitate tutte e tre, e quella della città canadese è classificabile come uno dei posti più brutti che abbia mai visto: sporca, sciatta, case e negozi che sanno di stantio, riproduzioni di giardini zen di dubbio gusto. 

II. È una città mutevole. È incredibile come passeggiando nel stesso quartiere girando l’angolo sia improvvisamente tutto diverso. I negozi, le persone, il modo di vivere cambia come quando fai scorrere veloci le diapositive. Prendiamo Downtown, quartiere fulcro di ogni grande città, ad esempio: la parte nord, quella più vicina al porto, per intenderci,  è la zona dei grattacieli, degli uffici, delle istituzioni, bellissima nel suo epicentro Oceanic Plaza, ma scendendo verso sud di un paio di isolati sulla Granville, via dello struscio cittadino, ci si trova a fare lo slalom tra i senza tetto, i loro carrelli e materassi abbandonati, sporcizia e disadattati. In realtà niente affatto pericolosi o molesti, ma io per tutta la mia permanenza,  mi sono chiesta come una società così evoluta,  attenta al Wellfare , ai diritti come si proclama quella canadese,  possa permettere che un numero così elevato di suoi cittadini versi in quelle condizioni inumane. Ho visto solo un centro di accoglienza a Gastown dove distribuiva o cibo e vestiti e gli addetti indossavano maschere e guanti per riuscire ad avvicinarsi. Indecente!

Oceanic Plaza

III. Non fa così freddo, il clima è piacevole e ci sono tantissime occasioni per attività all’aperto,  dalla corsa alla bici ai pattini sul loro lungomare, il più lungo del mondo: 22 km! In compenso gli abitanti sono gentili ma abbastanza freddini!

IV. Il suo traffico è un macello, traffic jam mi sembra calzi a pennello.  File, ingorghi,  mille semafori e sensi unici. Non suonano mai il clacson e non sorpassano sulla destra ma è così sempre e ad ogni ora.  Per non parlare del parcheggi,  rari a bordo strada, tutti a pagamento e carissimi!

V. Se ne dovessi fare una fotografia  ne verrebbe una di quelle analogiche di un tempo,  tutta virata in verde azzurro.  I suoi grattacieli e palazzi sono tutti sui toni del grigio e dell’azzurro,  molta architettura anni ’60, intelaiature azzurrine e vetri fumé, e a nord dominata dalla grande macchia verde del bellissimo Stanley Park (link articolo del blog). Anche il suo mare tutto intorno alla bellissima baia è grigio verde. Insomma un ton sur ton ineccepibile. 

Skyline Vancouver

Personalmente davanti alle vuote ricerche e statistiche ho sempre storto un po’ il naso ora ne ho proprio il puntiglio di capirne di più,  perché non credo Vancouver ne meriti il podio. 
Continua ……

Spotlight Oregon Coast: Cape Blanco Lighthouse

La bellissima costa dell’Oregon,  ormai divenuta la mia preferita, mi ha dato un sacco di soddisfazioni.

Ma la cosa in assoluto che mi ha esaltato è il suo primato di Stato con più dari in tutto il continente americano : ben 13, anche se la maggior parte non funzionanti. 

I fari, non lo sapete, ma sono la mia passione e questi sono tutti diversissimi uno dall’altro. Hanno tutti colorazioni e forme molto diverse tra loro, e scopro che per questa zona la luce scelta è di colore bianco. 

Qui l’oceano è tutt’altro che Pacifico: le raffiche di vento arrivano fino a 160 km/h e le coste rocciose sembrano lame. Da qui capite la grande importanza dei fari dall’Ottocento ad oggi. 

Il faro di Cape Blanco, pochi km prima di Port Orford, è il secondo faro attivo più antico d’America. Si imbocca dalla hwy 101 una strada tra i boschi panoramica e si arriva su di un promontorio dal vento fortissimo con una vista mozzafiato. 

L’accesso al faro è gratuito, e alcuni volontari  raccontano la storia del faro e della famiglia che l’ha abitato per più di 40 anni senza elettricità né acqua corrente, che coltivava la terra tra mille difficoltà, i Langless.
Il faro è bellissimo: bianco candido con il tetto rosso, la sua lanterna è illuminata da 2000 lampade ed è avvistabile da 50 ml dalla costa. 

Spotlight Vancouver: Stanley Park

Lo dico senza possibilità di essere smentita, lo Stanley Park è  il luogo più bello di Vancouver. 

Avvolto da una specie di aurea mistica, questo parco cittadino si estende per 405 ettari, con 200 km di strade e sentieri ed alberi che arrivano fino a 70 m di altezza.

Nella parte in cui lo Stanley affaccia sul mare corre il Seawall, un camminamento di quasi 9 km in da percorrere a piedi in bici ed offre scorci bellissimi sullo skyline della città e sulla sua marina. Ed è solo una parte del lungomare piu lungo del mondo: ben 22 km da Canada Place a Kitsilano Beach!

 Noi l’abbiamo fatto in bici, noleggiata da Spokes Bycicle Rentals, appena fuori dal parco, uno dei più economici  (si fa per dire) della città.
All’interno del parco ci sono molte cose da vedere come il mercato degli artisti, carino e caratteristico, e l’acquario più importante del Canada, per non parlare del Beaver Lake, importantissimo per l’ecosistema di tutto il parco, ma dove dovrete sgomitare con orde di turisti è nei pressi di Brockton Point dove ci sono i noti e strafotografati Totem.

Sono riproduzioni degli anni novanta degli originali altari sacri, ora in un museo, appartenenti alle prime tribù aborigene che abitarono la zona del parco, gli Squamish e i Musqueam. 

Come si suol dire, il gioco in questo caso non vale la candela: scattate due foto veloci e risalite in sella!! 

STANLEY PARK

aperto tutti i giorni dalle 9 alle 17 

SPOKES BICYCLE RENTALS

Angolo Georgia Street e Denmark Street (circa 7,50 CAD all’ora)

Spotlight Seattle : the Space Needle.

Lo Space Needle, l’Ago Spaziale, senza temere di sbagliare si può considerare il simbolo indiscusso di tutto il nord ovest americano. Non c’è foto o cartolina dello stato di Washington senza di lui. 

Costruito in occasione dell’Esposizione Mondiale del 1962, fu per molti anni la costruzione più alta ad ovest del Mississippi con i suoi 184 m.

Già per l’epoca fu una costruzione futuristica e all’avanguardia: fu innalzata  in poco meno di un anno con criteri antisismici talmente evoluti da farla resistere a terremoti di magnitudo 9.2, riuscendo a portare il suo baricentro ad appena 1,5 m da terra! 

Oggi, a distanza di più di 50 anni, si integra perfettamente nello skyline della “città di smeraldo”. Non sembra assolutamente una torre costruita negli anni 60, è maestosa anche se ha perso il suo primato in altezza a favore della Columbia Tower, ma nelle foto della città,  grazie al suo punto strategico, riesce a sembrare ancora il gigante di Seattle.

I suoi ascensori sono progettati per resistere a raffiche di vento fortissime, e in 42 secondi ti spediscono direttamente sul suo punto di osservazione da dove si vedono perfettamente sia il Mount Rainier che le Montagne Cascade che la Baia di Elliot. Sulla sua cima sono montati ben 25 parafulmini.

Space Needle

All’interno del suo “disco” oggi c’è anche un famoso ristorante Lo SkyCity ed è inutile che vi parli della sua vista ! 

Ogni Capodanno dallo Space Needle si svolge uno spettacolo pirotecnico senza eguali. 

È vero, lo Space Needle, appare in un milione di immagini, pagine cartoline, ma quando passeggi per Seattle,  lo sguardo lo cerca sempre in qualche modo, come fosse un punto fermo,  forse l’ago di un bussola, un qualcosa che ti fa compagnia. 

SPACE NEEDLE 

400 BROAD St.

Aperto dalle 8 a mezzanotte tutti i giorni (in inverno chiude prima)

Dai 16 ai 25 $ a seconda del pacchetto scelto 

#Stay strOng Italy 


L’Italia è un paese di una bellezza rara, fatta di borghi medievali, storie , botteghe e contrade, paesi  e tradizioni. Forse quanto piu un Popolo sembra distante e più saldi sono i suoi legami. Stiamo uniti. Vai, #italia. 

“The traveler came to Italy to study Giotto or Michelangelo, or the corruption of the papacy, is in danger of returning home without other memories than that of the blue sky and the men and women who lives under it”

Stay strong #italy🇮🇹 

#Spotlight: Centre Pompidou Paris

I diversi colori delle tubature esterne del Centre Pompidou sono differenziati in base al loro utilizzo: quelle gialle per l’elettricità, le rosse per gli ascensori e le scale mobili, verde per l’acqua, blu per l’aria. È un progetto architettonico di vasi comunicanti che ha cambiato il XX secolo.✔✔↩⤴↪⤵

{The different colors to the external pipe of Centre Pompidou are differentiated according to their use: yellow ones for electricity, red for elevator and escalators, green for water and blue for air. It’s an architectural project of communicating vessels that changed the twentieth century.}🔵🔴⚪

#Budapest: ritorno ai “seventees” al Menza Etterem

Della appena trascorsa esperienza a Budapest, oggi vorrei “presentarvi” un bel locale, per una buonissima cena o per bere un drink ben fatto.

Temo ormai che l’argomento locali/Budapest sia abbondantemente consunto: la capitale ungherese è piena, stracolma, brulicante di locali di ogni genere. Frequentati da giovani, meno giovani, turisti, avventori, propongono cucine di ogni parte del mondo.Dite un paese. Vietnam ce l’ho, Taiwan ce l’ho, Italia? Nemmeno a parlarne! Ce ne sono più lì che in tutta Milano.

I più noti e particolari, e affascinanti sono i “ruin pub”, i pub in rovina, ricavati nel pianterreno o nel seminterrato di condomini dell’ottocento, oramai appunto in rovina! Molti lasciati sicuramente al loro aspetto “originario”, ma molti sistemati da sembrare realisticamente cadenti a pezzi.

Disegnate un quadrilatero tra Kazinczey Utca, Nagymezo Utca e Liszt Ferenc Ter nell’antico quartiere ebraico, il ghetto, di Erzsebetvaròs, che si protende poi in Terézvàros. Ecco la vostra zona.

Ed è proprio al 1061 di Liszt Ferenc Ter si trova il .Menza Etterem és Kàvézo

La via in cui si trova, dedicata al famoso compositore e sede dell’Accademia della Musica, di giorno credo mi sia passata inosservata, ma di sera l’ho trovata bellissima.

Un viale alberato lungo non più di 200 metri, con affacciati antichi palazzi, affascinante, d’atmosfera, popolato di artisti di strada che suonano il violino.

E’ colmo di locali, ma senza frastuono o gente chiassosa, ma luci di candele, e lampioni soffusi e musica jazz  proveniente delle verande.

Il Menza, nonostante il nome, non ha affatto l’aria di una mensa anzi. Ha anche i tavolini all’aperto ma è l’interno del locale che ne vale la visita.

Perfettamente arredato con lo stile e i colori degli anni ’70: prevale su tutti l’arancione, il nero e il marrone, molti gli specchi e tutti i dettagli, gli accessori sono studiatissimi e mai fuori epoca. Dai lampadari, ai portariviste, ai posacenere, per non parlare della tappezzeria.

Menza table

Non so.. a me i “seventees” mi appassionano. Mi sembra tutto pieno di energia, colori shock sul nero tenebroso, ci respiro oggi quella voglia di rinnovamento, di rompere con il passato che c’era allora. Ed ho apprezzato moltissimo la cura e la ricerca, dei proprietari nell’arredare il ristorante.
Nella breve attesa del tavolo abbiamo scelto dalla lunga lista dei  drinks due  mojito alla mela!

La cucina, finalmente ungherese, non delude, è eccellente.

Cediamo alla tradizione dell’Hungarian Goulash, il più buono mai assaggiato, il petto di pollo su un gratin di patate e mostarda e un Menza burger con patate e formaggio affumicato ungherese. Tutto accompagnato da un vino rosè autoctono, degno di vitigni italiani.

Hungarian Goulash Girl

Il personale è gentilissimo, le porzioni abbondanti e i prezzi più che giusti.

Che dire.. se siete a Budapest, e in estate, non potete non provarlo!

MENZA ETTEREM ES KAVEZO

1061 Liszt Ferenc Ter, Budapest 

aperto dalle 8 alle 24

Location *****

Qualità/prezzo *****

Gestione ****

“Pensa che grande rivoluzione planetaria ci sarebbe se milioni di ragazzi di tutte le parti del mondo con i loro zaini sulle spalle cominciassero ad andare in giro per la natura”  John Keruac. 

Padre della Beat Generation americana,  e ispiratore dei nostri passati e futuri viaggi on the road… presto i dettagli del nostro prossimo viaggio in The Carver State….

Stay tuned 😊😎